La scultura e l’arte greca in generale era antropocentrica. L’uomo, in tutte le sue sfaccettature, fisiche, mentali o emotive, era un essere perfetto.
Arte come mimesi, copia della realtà. In campo scultoreo, ogni elemento aggiunto era funzionale: la pelle del leone nemeo raccontava una fatica del dio Ercole, la tunica sciita, un corto chitone e il linothorax nascondevano i corpi delle amazzoni esaltandone la forza e il coraggio, i drappi delle veneri coprivano parzialmente il corpo amplificandone la sensualità.
La nudità, e la sua rappresentazione, era sinonimo di perfezione, quindi lo scultore greco non inseriva qualcosa senza un valido motivo.
Il discobolo di Mirone, l’efebo di Agrigento, Giove tonante o i corpi che affollano il giudizio universale di Michelangelo, perfetti.
E i Telamoni? Barbari, nudi, con unici e possenti corpi tozzi di giovani o forti veterani, barbuti, che furono simbolicamente e staticamente costretti a sorreggere, come offerta degli acragantini, il tempio del loro dio.
Ma ci fu un momento in cui si discusse della presenza di donne. Nel 1528 una “gigantessa” apparve per la prima volta nello stemma della città. Alle originarie torri del blasone normanno vennero aggiunti due telamoni, Enceladus e Caeus, e la cariatide Fama, forse a ricordo del crollo degli ultimi avanzi del tempio di Giove avvenuta nel 1401.

Le prove
Ma fu proprio all’inizio dell’ottocento che si accese il dibattito
L’archeologo J. Hirthoff scriveva:
Oltre alle colossali statue maschili, dei quali le parti trovate sembrano indicare un numero di 10, abbiamo anche trovato dei frammenti appartenenti a otto cariatidi, con i quali ne abbiamo assemblato una testa, che, avendo la stessa dimensione e lo stesso stile di quelle maschili, rafforza la mia ipotesi che le statue fossero cariatidi alternate a giganti.
Tübinger Kunstblatt (1824)
Domenico lo Faso Duca di Pietrasanta così descrive le statue:
Ignude della persona han le teste coperte di berretto, e i capelli innanellati all’uso frigio, all’infuor di una sola, che per la lunghezza, e l’acconciatura della chioma accenna il sesso muliebre (fig. 2).
“Antichità di Sicilia… ” 1836

I Dubbi
ma qualche dubbio comincia a sorgere nelle parole di R. Koldewey:
In aggiunta, un frammento quasi senza forma della fronte di un atlante (primo filare) e tre frammenti scheggiati e danneggiati di ciò che sembra essere la testa di una donna sono stati piazzati nel museo della città di Girgenti.

per poi aggiungere:
Ovviamente non può essere detta nessuna cosa circa il numero di Atlanti e cariatidi (…). Inoltre, c’è una testa nel museo, se è veramente di una donna, probabilmente dovremmo aggiungere un torso con vestiti, che ancora non sono stati trovati.
Era assodato e noto a tutti gli storici che ci fossero figure maschili, c’erano, come dire, prove archeologiche, R. Politi afferma:
La sesta (“pietra” o filare di cui è costituito il telamone) il pettignone, coll’incastro del membro genitale, come pe’ capezzoli del petto, ed il cominciamento delle anche. La settima in due, le cosce (…)
Bisognerà aspettare gli scavi del 1926 lungo il fianco meridionale del tempio di Pirro Marconi per essere certi che, almeno in questa porzione di tempio, non c’era nessuna alternanza tra Telamoni e TelamonE, anzi le statue erano sicuramente tutte maschili:
Il pube è segnato variamente, di solito (specie nell’esemplare del 9° intercolumnio), ha il tratto arcaico del triangolo a rilievo, schiacciato, col vertice ottuso in basso e in alto il lato maggiore; ma in un caso (intercolumnio 8°) è realizzato con l’inserzione di un pezzo a parte, a forma di triangolo isoscele, in apposito incastro.
Per poi ribadire:
6(filare, intercolumnio ottavo): quasi completo, colla regione del pube di cui è curiosa l’indicazione mediante un tassello triangolare collocato in apposito incastro;
Alla fine dell’ottocento, per una eternità lunga uno scatto, il fotografo francese Jean Andrieu ridette all’atlante la perfezione perduta.

Non sappiamo se l’elemento aggiunto dal fotografo fosse un originale trovato tra le macerie del tempio o assemblato con pezzi di tufo meticolosamente selezionati, ma di certo uno degli ultimi “esemplari” di cui si ha notizia è (forse) proprio quello dell’intercolumnio 8°.
Raffaello Politi, nella sua guida “Il viaggiatore di Girgenti…”, racconta che un certo Politi Raffaello:
(…) non ha trovato che soli Giganti tutti maschi, e nessun pezzo che sembra adattarsi ad una femmina: anzi conserva presso lui, gelosamente custodita, la preziosa radice di quel coso, che andava incastrato nel pettignone bucato dei medesimi.
Molti preziosi oggetti che costituivano la collezione del Politi si sono dispersi. attualmente è impossibile sapere dove si trovi il reperto, forse custodito nel caveau di qualche museo girgentano? come fermacarte da scrivania?
Nei millenni ora una “pampina” di fico o peggio l’ascia della censura si è accanita sulle statue mietendo numerose vittime.
