Il vincitore, il cameraman, il fotografo e lo scrittore descrivono la guerra con mezzi diversi: una telecamera, una macchina fotografica, un racconto. I militari descrivono la guerra sui rapporti.
Sul fronte il comandante valuta: orografia, forze nemiche e obiettivo.
Un buon comandante aggiunge le sue truppe.
Sui rapporti alcune volte non ci sono i numeri dei morti e nemmeno i loro nomi. Verranno aggiunti dopo.
Quella conosciuta come “Battaglia di Agrigento” fu considerata un azzardo. Dopo lo sbarco anglo-americano con obiettivo diretto Messina, gli alleati dovettero cambiare piano, si puntó per Palermo. Nell’avanzata a Ovest era necessario impadronirsi di Agrigento. Nessuno voleva un attacco diretto, troppo rischioso. Si decise così di utilizzare la “reconoissance in force”, ossia “attacchi di ricognizione”, utili a testare le difese nemiche, a reperire più informazioni possibili sul dispiegamento delle forze in campo e, se la situazione fosse stata favorevole, avanzare nella conquista del territorio nemico.
L’attacco per espugnare girgenti consisteva dell’avanzamento a nord attraverso Favara e a sud lungo l’odierna direttrice della statale 115. Questo è il racconto del Tenente colonnello Roy Moore dell’avanzamento delle sue truppe tra Palma di Montechiaro, passando per fiume Naro, e il quadrivio Spina Santa, per la conquista della città.

Il Racconto
“Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono nella costa sud e sud-orientale della Sicilia, più o meno in questa zona (Vedi la mappa “A”).

La settima armata americana, composta dalla 1a, 3a e 45a divisione di fanteria, dalla 82a divisione Aviotrasportata, dalla 2a divisione corazzata, tre battaglioni di Ranger e altre varie forze, sbarcarono nella costa meridionale della Sicilia. La 3a divisione di fanteria, con un battaglione di ranger e il CCA della 2a divisione corazzata, sbarcarono a Licata. La 1a divisione di fanteria, con due battaglioni di Ranger e il resto della 2a divisione corazzata, sbarcò a Gela.
La 45a divisione di fanteria, che doveva essere sbarcata presso Gela, fu suddivisa lungo tutta la Sicilia sud-orientale. L’Ottava armata britannica sbarcò ad est dalla settima armata americana sulle coste meridionali e orientali dell’estremità sud-orientale della Sicilia.
La missione iniziale dell’intera forza angloamericana era di occupare la parte sud-orientale della Sicilia come base per ulteriori operazioni sull’isola. Fu data alla Settima Armata americana un obiettivo iniziale noto come LINEA GIALLA.
Era stato previsto che se le condizioni fossero state favorevoli, entrambi gli eserciti si sarebbero spinti direttamente verso nord, catturando Messina e isolando di fatto la Sicilia dall’Italia continentale e di annientare le forze intrappolate. Tuttavia, si è presto appreso che il nemico stava spostando il grosso delle sue forze nella parte centro-orientale dell’isola, presumibilmente per fermare ogni azione verso Messina.

Fu quindi presa la decisione di far avanzare la Settima Armata americana su un perno e quel perno era Palma di Montechiarro, in modo che l’armata potesse dirigersi verso nord-ovest attraverso la parte più debole dell’isola e conquistare l’importante porto di Palermo. (Vedi il grafico”B”)

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(…) La 3a divisione di Fanteria aveva già raggiunto la LINEA GIALLA, con il 7o Reggimento di fanteria che occupava Palma di Montechiaro, a quel punto è stata presa la decisione di cambiare direzione d’attacco della Settima Armata da Nord a Nord Ovest,.
La 45a divisione di fanteria operava sull’estrema destra della settima armata. Il piano era quello di separare la 45a divisione tra la 1a divisione di fanteria nella sua sinistra e l’8 a armata britannica alla sua destra. Allora si prevedeva di spostare la 45a divisione a ovest, tra la 3a e la 1a divisione, per dirigersi verso Nord Ovest invece che verso Nord. Era necessario dare del tempo per questo spostamento.
L’essenza degli ordini impartiti alla 3a divisione di fanteria in quel momento era di “tenere la posizione”, e condurre attacchi di ricognizione a nord e a ovest e prepararsi ad attaccare a nord-ovest su preciso ordine. Alla divisione fu espressamente vietato attaccare la città di Agrigento almeno fino a quando non verrà ordinato.
Un’ispezione veloce della rete stradale della Sicilia occidentale avrebbe convinto qualsiasi comandante che per condurre un attacco a nord-ovest per catturare Palermo, si sarebbe dovuto prima prendere Agrigento. Il problema era come prenderla in modo rapido ed efficiente e precisamente “quando” doveva essere dato l’ordine di attacco.
Il comandante della 3a divisione risolse il problema ordinando un attacco verso Agrigento. Gli ordini effettivi impartiti al 7° Fanteria furono brevi e concisi.
Paragrafo 3 dell’ordine sul campo della 3a divisione No 7, per quanto riguardava il 7° fanteria, era una breve frase: “pattugliate e attaccate Agrigento“. Indubbiamente il comandante della divisione aggiunse verbalmente: “Usate un battaglione“, perché a circa alle 23:00 del 12 Luglio, Io, come comandante del 1° battaglione, 7° fanteria, ricevetti quello che pensavo fosse uno degli ordini più strani che avessi mai ricevuto. L’ordine era più o meno questo:
“Sposterai il tuo battaglione con i camion durante la notte dalla loro posizione attuale a nord di Palma fino a un’area di raccolta a nord-ovest nelle vicinanze del Monte Narbonne. Da lì attaccherai
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lungo l’asse della statale 115 — obiettivo Agrigento. Se incappi in qualsiasi seria resistenza, non coinvolgere il tuo battaglione in nulla da cui, da soli, non si riesce a uscire. Ma, se tutto va bene, e Agrigento sembra a portata di mano, prendetela”.
Mentre il mio battaglione si stava spostando nella zona di riunione, la mattina dopo, di buon’ora, salii in cima al colle chiamato Monte Narbonne per dare un’occhiata al campo di battaglia. Questo è quello che ho visto allora e dopo: (Vedi mappa “C”).

Tra la costa e la statale 115, eccetto per alcune colline direttamente a sud dal Monte Narbonne, il terreno era relativamente piatto con pochissima copertura o occultamento. A nord della statale 115 c’erano colline basse e brulle, che diventavano relativamente alte e aspre a nord. Mentre la statale 115 continuava a nord-ovest, queste colline più alte erano più vicine alla statale.
A due terzi del percorso da Palma ad Agrigento, il fiume Naro taglia la linea di avanzamento. In questo periodo dell’anno questo fiume era quasi in secca e facilmente guadabile per le truppe a piedi. Tuttavia, le sue sponde erano sei piedi o più di altezza e quasi verticali. Al di là del fiume, per diverse centinaia di metri, c’era un altopiano brullo e piatto. Immediatamente a nord della statale 115, vicino al punto in cui il fiume incrocia la statale, c’era una vecchia miniera di zolfo a cielo aperto, piena di scavi e vecchi ruderi di pietra e proseguendo verso Nord-ovest un lungo crinale boscoso corre parallelo alla 115.
A nord di questa cresta c’era una fila di tre colline brulle che si estendevano sia nord che a sud. Tra questa fila di colline e Agrigento c’era una vasta area a forma di conca, dominata su tutti i lati da un’altura. La caratteristica più importante dell’intera area era, ovviamente, la città di Agrigento, città di circa 40.000 abitanti, arroccata in alto a una collina rocciosa, parzialmente circondata da dirupi verticali e pareti di pietra.
La città dominava completamente tutta la campagna, e da lì si poteva osservare la statale 115 fino alla parte orientale di Palma. C’è da sottolineare che Agrigento è lontana circa 12 miglia da Palma.
Dal momento che non avevo idea di cosa avremmo potuto incontrare dopo l’uscita dal Monte Narbonne, e poiché parte dei miei ordini erano di evitare “di ficcarsi in qualcosa da cui non potevo uscire senza aiuto“, decisi disperdere il battaglione nel modo più ampio e profondo possibile, senza perderne il controllo.
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Avanzammo con una compagnia di fucilieri al comando e altri due in sequenza a destra e retro sinistro. Ad ogni compagnia di fucilieri erano assegnate mitragliatrici pesanti. I mortai 81 mm e l’altra sezione di mitragliatrici pesanti era tenuta sotto il controllo del battaglione. Direi che il battaglione sia stato schierato più o meno 2500 iarde di larghezza e circa 1500 iarde di profondità. Una batteria del 10a artiglieria da campo e una batteria della 77a artiglieria da campo corazzata si era spostato durante la notte verso una posizione appena ad ovest di Palma con la missione di supportare l’azione.
In realtà, abbiamo usato raramente l’ artiglieria, perché per diverse ore dopo l’inizio dell’avanzata, non abbiamo avuto per loro nessun bersaglio, e nel tardo pomeriggio, quando avevamo davvero necessità del loro supporto, gli obiettivi erano fuori portata.
Ciò è avvenuto perché se avessero tentato di avanzare alla luce del giorno verso posizioni utili, c’erano circa 50 pezzi di artiglieria di vario calibro ad Agrigento e dintorni, cosa che li avrebbe annientati in un attimo.
Il nemico in quel momento aveva un deciso vantaggio nell’osservazione e nelle postazioni nascoste.
Dopo avere abbandonato il Monte Narbonne, il battaglione avanzò costantemente per due o tre ore. Ci siamo mossi molto lentamente, perché avevamo molta strada da fare e molti degli uomini avevano carichi pesantissimi da trasportare.

Tra il Monte Narbonne e il torrente Burraito non fu sparato nemmeno un colpo verso la nostra direzione e non si vedeva nessun nemico. Il fatto che gli uomini fossero così ampiamente dispersi, oltre al fatto che il sole era direttamente negli occhi di eventuali osservatori ad Agrigento, probabilmente lo resero molto difficile affinché il nemico ci potesse attaccare.
Tuttavia, non appena incrociato il torrente Burraito, cominciammo a ricevere sporadici colpi di artiglieria a lungo raggio, uno o due raffiche alla volta. Dal suono, abbiamo creduto che fosse a medio raggio.
L’artiglieria sembrava prestare particolare attenzione alla strada, sparava a qualunque cosa tentasse di muoversi su di essa.
Man mano che avanzavamo verso il fiume Naro, l’artiglieria cominciò a farsi più pesante. I colpi singoli di medio e lungo raggio diventarono corti e accompagnati da pesanti concentrazioni di artiglieria leggera. Abbiamo cercato di individuare le posizioni del fuoco nemico, ma tutto ciò che abbiamo potuto determinare è che parte del fuoco sembrava venire da Agrigento o da dietro la città, e qualcuno pure proveniva da posizioni molto ben nascoste tra noi e la città.
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Man mano che ci avvicinavamo al fiume Naro, le alte colline alla nostra destra si avvicinavano su di noi, schiacciandoci in una formazione sempre più compatta. Cominciavano a ricevere colpi di mitragliatrice e di mortaio dal nostro fronte sinistro.
Da qui in poi l’avanzata avvenne per infiltrazione. La compagnia “A” era la testa compagnia, la “C” era posizionata nella parte posteriore sinistra e la “B” nella parte posteriore destra.
Decisi di spostare la compagnia “C” di fronte la compagnia “A” e la “B” con i i mortai sul crinale alla nostra destra.
Verso le 16.00 la compagnia “A” e la compagnia “C” furono completamente fermate nelle vicinanze della miniera di zolfo con mitragliatrici e colpi di mortaio che arrivavano dal fiume Naro. Il terreno nelle vicinanze della miniera di zolfo stessa offriva una buona copertura dal tiro diretto delle armi, ma qualsiasi movimento a Nord-ovest verso il Naro o a Sud-ovest allo scoperto,sull’altopiano pianeggiante, al confine con il fiume, attirava il fuoco immediato di diversi postazioni di mitragliatrici ben nascoste lungo le rive del fiume. La compagnia “B” si era spostata in avanti, dietro la cresta alla nostra destra, e aveva raggiunto il fiume, proprio dove scorre in una profonda gola tra le colline.
La compagnia “B” stava cercando di farsi strada lungo il Naro per aggirarlo e colpire le forze che ostacolavano la nostra avanzata, ma il nemico evidentemente aveva previsto queste manovre e ha chiuso l’attraversamento con fuoco di mitragliatrice, mortaio e artiglieria con tale efficacia che praticamente era impossibile ogni movimento nella depressione.
Il battaglione O.P era sulla punta della cresta a est della miniera di zolfo e direttamente sopra il punto della valle del fiume dove la compagnia “B” stava cercando un modo come proseguire. Una parte delle mitragliatrici e tutti i mortai da 88 mm del battaglione si trovavano nelle vicinanze. Dall’O.P avevamo una perfetta visuale di tutto il fronte, e osservando attentamente, avremmo potuto prendere le singole postazioni nemiche, una alla volta.
Se avessimo avuto una grande scorta di munizioni per mortaio e mitragliatrici, avremmo avuto una giornata campale e rompere la nuova linea. Tuttavia la nostra scorta era quella che gli uomini avevano portato sulle spalle, e c’erano poche speranze di ottenerne in più almeno fino a dopo il tramonto.
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Alle 18.00 circa mi resi conto di aver impegnato troppo nel combattimento tutte e tre le mie compagnie di fucilieri, e avendo usato la maggior parte delle munizioni delle mie mitragliatrici e dei miei mortai e non avendo supporto di artiglieria, mi resi conto che il mio battaglione non sarebbe avanzato senza assistenza. Ho quindi ordinato a tutti gli ufficiali di usare le restanti ore di luce per mappare il più accuratamente possibile le posizioni nemiche e le postazioni localizzate. Ho avuto la sensazione che o fossero arrivati dei rinforzi o che ci saremmo ritirati dopo il tramonto, e ho pensato che forse questi schizzi potrebbero essere stati utili a noi o qualche altra unità nei giorni a seguire.
Con l’avvicinarsi del buio, abbiamo individuato piccoli gruppi di nemici che si muovevano lungo il fiume e lungo tutto il nostro fianco sinistro ebbi l’impressione che avremmo avuto una notte piuttosto dura.
Comunque, la mia impressione riguardo al ritiro era corretta. Subito dopo il buio arivó l’ordine di ripiegare dietro Monte Narbonne.
Il battaglione interruppe il contatto con il nemico poco dopo aver ricevuto l’ordine e fu di nuovo nella sua posizione di riunione prima dell’alba, il 14 luglio.
Mi ricordo che al ritorno pensai che qualcuno o aveva fortemente sottovalutato la forza del nemico in quest’area, o notevolmente sopravvalutato la forza di un battaglione non supportato dall’artiglieria, oppure stavano semplicemente cercando informazioni e niente più, e se e quest’ultimo fosse stato vero, mi sentivo di avere avuto un discreto successo in quanto avevamo una grande quantità di informazioni sul nemico e non ci era costato praticamente nulla in termini di vittime per ottenerli.
I registri ufficiali della 3a divisione di fanteria mostrano che la “ricognizione in forze” era divisa in due fasi e che la prima fase si è conclusa nella notte tra il 13 e il 14 Luglio quando il Il 1° Battaglione, 7° Fanteria, ritornò dalla sua gita a Naro. La seconda fase è iniziata quando, quella stessa notte, una pattuglia composta dalla compagnia “E”, del 7° fanteria, si diresse verso Favara, e alle 05.00, 14 Luglio, è entrato nel paese senza combattere.

C’è qualche differenza di opinione tra gli ex ufficiali della divisione se questa cosiddetta seconda fase di “reconaissance in force” fosse effettivamente un continuazione della prima “reconaissance in force” o se si trattasse semplicemente un limitato attacco.
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Personalmente credo fino a un certo punto almeno, è stata sicuramente una continuazione della “reconaissance in force”. L’Ordine sul campo della 3a divisione numero 8, emesso il 14 Luglio”, diretto al 1° e il 2° battaglione, il 7° fanteria era di spostarsi in alto appena a sud di Favara.
Era anche diretto al 3° Battaglione Ranger, che era assegnato alla divisione per trasferirsi sulle alture appena a nord di Favara. Tutti e tre i battaglioni dovevano effettuare una ricognizione di attacco verso ovest e nord-ovest. Due battaglioni di artiglieria dovevano sostenere l’azione.
Il 1° e il 2° battaglione e il 7° fanteria lasciarono i loro punti di raduno intorno alle 02:00 del 15 luglio e si spostarono attraversando le campagne verso i loro obiettivi. Entrambi i battaglioni arrivarono nell’area prima dell’alba 15 luglio. Per quanto ne so, il movimento non è stato rilevato dal nemico perché restammo appostati su una altura tutto il giorno del 15 luglio a Sud di Favara che osserva dall’alto le posizioni nemiche nei pressi della miniera di zolfo senza che un solo colpo nemico venisse sparato nella nostra direzione. La maggior parte la giornata del 15 fu dedicata all’invio di piccole pattuglie a nord e a nord-ovest per vedere se c’erano nemici nelle vicinanze.
La notte tra il 15 e il 16 luglio, il 1° Battaglione, 7° fanteria si spostò verso ovest e occupò le tre piccole colline prospicienti Agrigento. Il 2° Battaglione si spostò sulle alture appena a nord-est di Agrigento. Fatta eccezione per una trentina di minuti trascorsi nello scambio granate e colpi di fucile con un gruppo di nemici nella parte piu meridionale delle tre colline, questo fu l’ultimo obiettivo prima che Agrigento fosse presa senza combattere.
Uno degli incidenti interessanti di questa azione è stato che a metà strada tra la collina meridionale e quella centrale fu scoperta una batteria di artiglieria da campo nemica con munizioni attorno alle armi, ma nessun soldato. Il personale della batteria si era allontanato un pò per dormire e non aveva lasciato le guardie ai cannoni. Uno dei nostri plotoni di fucilieri presero il controllo della batteria e quando i soldati ritornarono al suono del fuoco proveniente dalla collina meridionale, trovarono un comitato di accoglienza che gli ha fatto perdere ulteriormente l’interesse per la guerra. La mattina del 16 luglio il 3° Battaglione, 7a fanteria fu impegnata nell’area della miniera di zolfo
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e tentò di sfondare la posizione nemica in quella zona. Con l’assistenza del 1° battaglione ebbero successo.
È difficile dire quando “la ricognizione d’attacco” finì o iniziò. Presumo che si possa dire fu quando il comandante della divisione aveva tutte le informazioni di cui aveva bisogno per consentirgli di fargli decidere come e quando attaccare Agrigento.
In ogni caso, a 14.00 circa, 16 Luglio ho ricevuto la notizia che il “coperchio era aperto“, e lo ero diretto a prendere Agrigento col mio battaglione e con una compagnia fucilieri scendendo lungo il crinale boscoso per proteggere il fianco del battaglione e le altre due compagnie di fucilieri che scendevano attraverso la conca, abbiamo preso d’assalto la città.
Dopo una breve scaramuccia nella periferia orientale della città e una notte di combattimenti in strada nella città stessa, catturammo Agrigento e circa 3500 prigionieri, compresi il comandante della divisione nemica e il personale al completo.
La mattina del 17 luglio, il 2° Battaglione, 7° Fanteria teneva le alture a nord-est di Agrigento, il 3° Battaglione teneva il terreno a sud-est, e il mio battaglione teneva la città, tutto era pronto per proseguire fino a Palermo. (…)

© Federico Moncada
Da: A Reconnaissance in Force at
Agrigento, Sicily, 12-16 July 1943, Lt Col Roy E. Moore,



