Dal fango all’arte: Il cratere del Pittore dei Niobidi

Il ceramografo

L’autore del cratere fu uno dei più importanti pittori ateniesi dell’alto periodo classico, ma all’anagrafe non sappiamo chi fosse.

Nonostante la pittura vascolare fosse “arte”, solo alcuni ceramografi o ceramisti firmavano le loro creazioni. Come ad esempio Exekias, uno dei maggiori artisti dello stile a figure nere, che si firmava da ceramografo o ceramista o entrambi.

La firma di Exekias come ceramista: ΕΧΣΕΚΙΑΣ ΕΠΟΙΕΣΕ (“[mi] fece Exekias”), circa 550-540a. C.

Oggi, purtroppo, per indicare l’autore di un’opera, utilizziamo pseudonimi come “il pittore di Oxford” o “di Berlino”. Il merito è da attribuire J. Beazley. L’archeologo inventò un nuovo approccio basato sulla catalogazione e analisi morfologica e stilistica del manufatto: un dettaglio come un orecchio, un’ansa, una ciocca erano una firma.

Il metodo di analisi e comparazione permise e permette l’attribuzione dell’opera al relativo ceramografo, o alla sua bottega, con un maggiore margine di certezza.

Beazley identificò per primo il cratere custodito al Louvre come opera di una singola mano, lo chiamó il “pittore dei Niobidi”.

Il cratere del pittore dei Niobidi custodito al Louvre
Il cratere del pittore dei Niobidi custodito al Louvre

Il nome deriva dalla raffigurazione del cratere in cui l’artista racconta con la punta del pennello il mito della strage dei Niobidi, (meglio del meno fortunato “Pittore dei porci”).

Il ceramografo fu attivo in Attica, gli vengono attribuiti circa 130 vasi, principalmente crateri a calice e a volute. Famoso perché portò nei suoi tratti gli influssi dei grandi cicli pittorici.

Il cratere fa parte di un particolare gruppo di vasi ateniesi con Amazzonomachie e centautomachie, che potrebbero aver tratto ispirazione da pitture murali contemporanee.

Nelle sue opere è presente una grande attenzione per i dettagli: l’anatomia, la ricerca della profondità prospettica e la fusione o inserimento delle figure in un contesto naturale.

Provenienza

Il  cratere non è acragantino, ma gelese.

Le necropoli di Gela, e non solo, furono scavate e sistematicamente depredate già dalla fine del settecento, lo scempio si protrasse per tutto l’ottocento, tanto che Paolo Orsi  affermò:

«Gela ha incominciato a farsi conoscere al mondo dei dotti ed a rivendicare a sé il suo antico posto
nella attuale T. N. per mezzo dei suoi magnifici vasi, dei quali nessuna città della Sicilia, ed oserei dire della Magna Grecia, tanta copia ha restituito, diffondendoli sin dalla fine del settecento in tutti i grandi
Musei d’Europa»1

Da uno studio di Marcella Accolla2 basato sulle ceramiche censite  negli archivi Beazley e successivi, si evince che già a partire dal VII secolo la città importava ceramiche dalla grecia continentale, con quantità significative tra il VI e il V secolo a.C. Il picco di terrecotte a figure rosse si ebbe tra il 475/450. Oggi il cratere di Gela è datato dagli archeologi al 460 a.C.

istogramma delle importazioni ceramiche ateniesi a Gela
Importazioni delle ceramiche ateniesi a Gela ©Marcella Accolla

Nell’ottocento tra i personaggi di spicco nel panorama del collezionismo, del commercio e della depredazione sistematica delle necropoli svetta la figura del Cavaliere Nicola Russo di Terranova.

Nel 1880 Il cratere fu rinvenuto in contrada Palazzi di Capo Soprano, proprio nelle terre del Russo3.

Il vaso era (ed è) “eccezionale”: intatto, perfettamente conservato e di ottima fattura. L’Altes Museum di Berlino, con Adolf Futwangler e il museo Nazionale di Palermo, con Antonio Salinas si contesero immediatamente l’opera. L’eccezionalità richiedeva di contro una somma ingente, poco tempo prima il museo tedesco comprò un vaso gelese con una scena di Orfeo per l’ esorbitante somma di 4.000 lire. Antonio Salinas, nel 1890, riuscì ad acquisire l’opera per il museo palermitano, anche anticipando di tasca propria parte del compenso e fu li esposto fino al 1966, quando venne ceduto, in realtà scambiato, con una statuetta fenicia, un “Melquart” con il museo di Agrigento.

Per chi volesse approfondire le vicissitudini storiche e giudiziarie segnalo l’articolo di G. Purpura4

Melquart di Sciacca, Copyright Diffendale

Nonostante Furtwängler non riuscí a portare in patria il cratere, realizzò una serie di schizzi che funsero da base per la pubblicazione di un articolo5 . L’archeologo fu il primo in assoluto a fare conoscere il cratere a livello internazionale.

Dettaglio del Cratere di Gela - Achille e Pentesilea
Achille e Pentesilea
Scena del combattimento tra un oplite e una amazzone
Dettaglio Cratere di Gela – Scena del combattimento tra un oplite e una amazzone
Dettaglio del cratere di Gela - Oplite greco
Dettaglio del cratere di Gela – Oplite greco

Da un’annotazione di P. Orsi si deduce che il vaso era in realtà un’urna cineraria, alta 78 cm e larga 47 cm all’orlo. Sulla superficie sono raffigurate tre storie mitologiche su Achille e i centauri.

L’inumazione

Per quanto riguarda i riti funebri, In questo periodo la pratica predominante a Gela e ad Agrigento fu l’inumazione6. Questa pratica prevedeva la deposizione del corpo del defunto in una fossa scavata nella nuda terra. In base allo status sociale, all’età o ricchezza, il cadavere poteva essere protetto da tegole o vasche di terracotta. Di solito venivano deposti oggetti cari al defunto di fianco o ai piedi del corpo.

Tipologie di Sepolture a Gela
Esempi di sepolture a Gela da P. Orsi, dal basso verso l’alto: Ustrinum, inumazione con vasca, seppellimento nella nuda terra

Oltre a questa pratica, ma molto meno diffusa, c’era l’incinerazione7:

  • Primaria: ossia si bruciava il corpo su una pira e le ceneri lasciate sul posto (ustrinum).
  • Secondaria: dopo che il corpo era consumato dalle fiamme, le ossa e le ceneri venivano raccolte in vasi di terracotta.

Nell’incinerazione secondaria, di norma, non erano presenti corredi funerari.

È interessante come R. Politi descriva il rito8:

Secondo l’uso si ponevasi il corpo su di un rogo, il parente più prossimo vi appiccava il fuoco colla faccia rivolta, e allorquando era consunto, o spegneva con vino, o con acqua, ed i congiunti dell’estinto ne raccoglievano le ossa, e le ceneri, e gelosamente entro quell’urna le custodivano, la quale veniva in seguito chiusa in una tomba. Infatti in Girgenti, ove da tanti anni una prodigiosa quantità di tali vasi, ed più belli che altrove, è rinvenuta, sepolti trovansi nella viva rocca incavata in forma cubica da contenere esattamente il vaso, che oltre un coperchio di creta rustica, senz’alcun ornamento, veniva nascosto da una grossa lapide.

Ma per il cratere di Gela non sappiamo il contesto di rinvenimento.

L’iconografia

Sul collo due scene dedicate ai miti dei centauri, esseri metà uomini e metà cavalli. Alcuni studiosi collegano i due temi, l’Amazzonomachia e la centauromachia, ai grandi cicli pittorici presenti ad Atene9.

Per quest’ ultima il ceramografo scelse una centauromachia e l’incontro di Ercole con il centauro Folo. Gli stessi temi compaiono sul collo di un’altro cratere, sempre attribuito all’artista , custodito nel museo civico di Bologna.

La centauromachia

Lotta tra centauri e lapiti
Lotta tra centauri e lapiti

La scena ritrae lo scontro tra centauri e i lapiti: i primi armati di rami e sassi contro gli eroi greci con elmi, scudi e armati di lance e spade.

I lapiti erano un popolo della Tessaglia e il loro re era Piritoo. Questi invitò i centauri al banchetto delle proprie nozze con Ippodamia. Inebriati dal vino iniziarono a infastidire le donne, compresa la futura regina, ne nacque uno scontro in cui si compì massacro.

Il mito, affermatosi già nel VI sec. ebbe una grande fortuna nei secoli a seguire. Fu raffigurato non solo nella ceramica e  nei grandi cicli pittorici, ma lo ritroviamo anche nelle splendide metope del Partenone.

Metopa del Partenone con Centauromachia
Metopa del Partenone con Centauromachia

Il racconto simboleggia la vittoria dell’istinto contro la ragione, la civiltà contro la barbarie. E i greci avevano le idee chiare: tutto quello che non era greco inevitabilmente era barbaro.

Il centauro Folo

La seconda scena racconta la storia di Folo (gr. Φόλος), il re dei centauri, figlio di Sileno e di una ninfa. Il centauro viveva in una grotta in Arcadia nella Tessaglia.

Ercole e Folo
Ercole e Folo

I personaggi di spicco che parlano del mito di Folo, anche se in versioni leggermente diverse, sono Apollodoro e Diodoro Siculo. Così il Cav. Compagnoni10 traduce le parole di Diodoro:

Era tra Centauri un certo Folo, da cui ha avuto nome il vicino monte Foloe.

Costui dando ospizio ad Ercole dissotterrò un’orcia di vino, già da gran tempo sepolta, la quale vien detto, che presso un certo Centauro fosse anticamente depositata da Bacco; e che questi ordinasse, che soltanto si dovesse aprire quando fosse capitato Ercole.

Ora essendo Ercole capitato ivi la quarta età dopo Bacco, e Folo ricordando ciò che era stato prescritto, si pose ad aprire quel vaso, da cui tanta fragranza uscì e perchè quel vino era assai vecchio, e perchè era dotato di particolare virtù, che l’odore pervenne ai vicini Centauri, i quali presi da una specie di estro subitaneo, in folla con gran tumulto, e terrore assaltarono la casa di Folo ; anelando a far loro preda quel vino.

Qui il ceramografo sintetizza il racconto con una composizione simmetrica: al centro si trova il grande pithos interrato per conservare e mantenere fresca la bevanda, a sinistra c’è Ercole con la pelle del leone nemeo, una clava e che porge il kilix (coppa per bere) a destra Folo con in mano un rython intento a versare il vino. Nelle estremità laterali i centauri armati di rami e sassi accorrono per il profumo.

La stessa, quasi identica impostazione la ritroviamo nel cratere custodito a Bologna

Dettaglio del collo del cratere
Dettaglio del mito di Achille e Folo ©Sivan Tumarkin

La scena che domina il cratere si sviluppa nella fascia che avvolge il corpo del vaso dove si racconta il mito di Achille e Pentesilea.

Il mito di Achille e Pentesilea

L’aristocratico gelese (e non poteva non esserlo) decise di riposare con il racconto del mito di “Achille e Pentesilea”.

Pentesilea era un personaggio mitologico, una amazzone, che partecipò alla guerra di Troia.

Omero nella Iliade non ne fa nessun accenno ma viene menzionata nell'”Etiopide“. L’opera racconta nel dettaglio (dai funerali di Ettore alla morte di Achille) le vicende omeriche. Il racconto, purtroppo, è andato  perduto, rimangono solo alcuni frammenti, tra cui: 

[καὶ] σύ, γύναι, τίνος ἔκγον[ος] ε ̣ὔ ̣χ ̣[ε]αι εἶ ̣ναι ̣

(tu, donna, da che stirpe ti vanti d’essere nata)

Abbiamo molte versioni del mito e una di queste racconta che Pentesilea, regina delle amazzoni, dopo aver ucciso per errore la sorella Ippolita (capita), si diresse a Troia nella corte di Priamo per un rito di purificazione. 

Al suo arrivo i troiani piangevano Ettore. Al primo scontro venne colpita a morte da Achille.

Così Quinto Calabro Smirneo, nel suo “Posthomerica“, descrive il duello:

“Ciò detto (Achille), e con la forte mano
L’asta (la lancia) librò de’ popoli omicida
Da Chirón fabbricata, e la prudente
Pentesilea sopra la destra mamma (seno destro)
In un punto percosse, e il sangue oscuro
Fuori uscì dalla piaga. Ella rimase
Senza forza le membra, e dalla mano
Lasciò cader la grande scure a terra.

Una versione del mito racconta che nel momento in cui l’eroe inizia a impossessarsi dell’armatura della guerriera, nell’attimo in cui le sfila l’elmo se ne innamora perdutamente. Commise anche un atto di necrofilia e uccise con un pugno Tersite, che lo aveva schernito per tale passione.

Il pittore dei Niobidi ritrae la scena dell’uccisione proprio nel momento in cui l’amazzone perde la machaira (spada) e viene ritratta non di profilo, ma in posizione frontale.

Fatto generalmente non comune nell’iconografia vascolare greca che preferiva i profili o i 3/4 di profilo nelle rappresentazioni.

Raffigurazione frontale di una quadriga, museo archeologico di Agrigento

L’impostazione dei personaggi è quella comune del periodo, i vincitori a sinistra della scena e quelli che soccomberanno a destra. Gli eroi con armature di bronzo colore dell’oro e i perdenti con il linothorax.

Il Cratere oltre ad esser un’opera dall’indubbia qualità artistica è anche un documento prezioso, fonte di informazioni riguardo armi, armature e tecniche di combattimento usate all’epoca. 

Il cittadino greco, per come poteva e come ovvio che sia, difendeva i propri cari, la sua casa, le terre e i propri averi. Difendere la sua “polis”, la sua città, il luogo dove era nato, era un dovere e ovviamente una necessità. 

Il cittadino-soldato si armava di armi e protezioni: elmi, scudi, schinieri, cimieri, tutti rigorosamente su misura, importati dalle polis vicine o prodotti dal maniscalco di fiducia.

L’unicità di ogni singolo pezzo in forma, materiale e colore si rifletteva sulla compatta variopinta eterogeneità della falange greca, molto diversa dal manipolo romano a cui siamo abituati.

  1. Alessandro Pace. Da Terranova a Gela. La riscoperta del passato (…) in La Grecia nel patrimonio letterario, artistico e ambientale italiano ed europeo, Palermo 2019. ↩︎
  2. Accolla Marcella, Le importazioni di vasi attici a figure nere e a figure rosse a Gela nel secondo venticinquennio del V sec. a.C., in Archaeology and Economy in the Ancient World, M. Bentz, M.Heinzelmann, Cologne/Bonn, 2018 ↩︎
  3. De Cesare, Monica, Il cratere del Pittore dei Niobidi al Museo Archeologico di Agrigento : dalla Gela post-tirannica alla Sicilia post-unitaria, in Sicilia antiqua : International Journal of Archaeology : XIV, 2017 ↩︎
  4. Purpura G., Sulle vicende ed il luogo di rinvenimento del cosiddetto Melqart di Selinunte, in Sicilia Archeologica, Trapani, 1981 nn. 46-47
    ↩︎
  5. Griechische Vasenmalerei. Auswahl hervorragender Vasenbilder“, curatore Karl Reichhold, Monaco 1904 ↩︎
  6. De Cesare, Monica. Crateri-cinerari figurati in Sicilia:immagini, rito e credenze religiose. Sicilia Antiqua, IV, 9-31, 2007. ↩︎
  7. De Cesare, Monica. Crateri-cinerari↩︎
  8. Politi Raffaello, Illustrazione della pittura di un vaso greco-siculo rappresentante Nemesi (…),
    Palermo, 1826 ↩︎
  9. https://www.treccani.it/enciclopedia/mikon-2_(Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica)/ ↩︎
  10. Biblioteca Storica di Diodoro Siculo volgarizzata dal Cav. Compagnoni Tomo secondo, Milano dalla tipografia di Gio. Battista Sonzogno, 1820  ↩︎

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