Un cratere che racconta in bianco e nero un mito, storie di eroi, scontri epici, tecniche di combattimento, armi e armature di cui oggi ci rimangono prevalentemente le parti metalliche.
Il Dory
L’arma principale per un oplite era la lancia (dory), nei vasi greci per motivi di spazio viene molte volte ridimensionata. In generale si ipotizza essere lunga il 10-15% in più dell’altezza dell’oplite ma è anche vero che era fortemente personalizzata perché si adattava allo stile di combattimento del soldato. Nella sarissa macedone, ultima fase di sviluppo dell’arma greca, la lunghezza si spinse a 5 o 6 metri, risultando più pesante tanto da essere controbilanciata da un peso nella parte posteriore dell’asta e maneggiata con due mani e con una cuspide più piccola.
Parti dell’arma
L’arma era composta da tre elementi: l’asta di legno e alle estremità due punte metalliche: una cuspide e il sauroter.

L’asta di legno
Dall’analisi dei resti trovati all’interno dei puntali metallici e dei sauroter, si è scoperto che il legno usato per la sua costruzione variava in base alla disponibilità dell’essenza, per lo più frassino, corniolo anche abete e persino ulivo.
L’asta veniva ricavata in un unico pezzo, facendo molta attenzione a nodi o ammaloramenti che ne potevano compromettere la resistenza.
Il lungo cilindro in legno veniva asimmetricamente rastremato nelle due estremità. Questa lavorazione alleggeriva l’arma, pesante non più di 2 kg, e spostava il suo centro di gravità nella parte bassa.
Tutta la lavorazione era un compromesso tra leggerezza, resistenza e manovrabilità.
Per agevolare lo scorrimento della mano e i rapidi cambi di presa durante la battaglia, l’asta di norma non presentava alcuna impugnatura.
Nella formazione a falange le prime file impugnavano il Dory sotto la spalla per affondi diretti, le file posteriori al contrario, tenevano le lance verticali per intercettare e parzialmente proteggersi dai dardi nemici per essere abbassate nel caso in cui le prime fossero state colpite.
Negli scontri corpo a corpo poteva essere utilizzata sia “sopramano”, con i colpi che partivano dal basso verso l’alto in modo da intercettare le parti più vulnerabili della panoplia, come il basso ventre, le cosce con le sue arterie femorali o il fianco del torace,

o “sottomano”, dall’alto verso il basso: il viso tra le paragnatidi e il collo con le sue arterie giugulari, i polmoni e con un po’ di fortuna il cuore.


La versatilità dell’arma permetteva l’impiego anche come mezzo di difesa contro la cavalleria, l’oplita poteva conficcare a terra l’asta rivolgendo la cuspide contro il corpo del cavallo.
Falange o meno, nei combattimenti gli opliti utilizzavano il dory come principale arma di attacco e di difesa. Perdere o spezzare la lancia durante il combattimento significava essere in fortissimo svantaggio.
“Quando una amazzone con il kopis incontra un uomo con il dory, quella con il kopis è un’amazzone morta”.
Il pittore dei Niobidi, nel lungo nastro che avvolge il corpo del cratere e che racconta una scena di amazzonomachia, ritrae uno scontro tra un oplite e una amazzone. Durante la schermaglia la donna perde il dory, ormai spezzato e inutilizzabile e come gesto estremo brandisce il suo kopis (spada) dal fodero. L’amazzone è in netta inferiorità, con un gesto estremo attacca l’avversario con il cosiddetto “colpo di Armodio”.

La posa è molte volte ritratta nella pittura vascolare greca, posa iconica, gesto estremo di difesa con un disperato attacco. Il colpo, sferrato con la massima potenza dall’alto verso il basso con il braccio piegato, ha il vantaggio di sfruttare con un opportuna torsione del corpo il peso dell’arma, gli effetti sono devastanti ma ha lo svantaggio, proprio per il movimento del corpo, di offrire all’avversario i punti più deboli e vulnerabili, quelli non coperti dal linothorax (tipo di armatura).
Ed infatti l’oplita, con gambe e braccia piegate , quasi carico come una molla pronta a scattare, sfrutta il vantaggio, si rannicchia e mira la cuspide proprio tra l’avambraccio e il torace, il pittore fa presagire l’esito del duello.
In un’altra scena, simile, le parti sono completamente invertite: l’oplita, pur trattenendo con la mano sinistra sia l’aspis (scudo) che il Dory perfettamente integro, sferra lo stesso identico colpo contro una amazzone che stringe in mano l’inutile l’arco e la freccia, sul cui uso erano maestre e si affida al Dory, ma scappa, arretra e contrattacca come per difendersi. Lo sguardo dell’amazzone é coperto dal legno e la cuspide è nascosta dall’aspis, il pittore non fa palesare nulla.

Le punte in metallo
Le punte del Dory presentavano diversi accorgimenti che le rendevano molto efficaci in battaglia, furono realizzate prima in bronzo poi in ferro, con una forma triangolare

o a foglia, le sagome ottimizzavano sia la penetrazione che la creazione, con veloci torsioni del legno, di ampie ferite.

Mediamente la lunghezza totale della punta si aggirava a circa 22-30 cm, con una larghezza massima di circa 5,5 cm. Le punte erano fissate all’asta a pressione, con anelli in ferro, chiodi, resine naturali o semplicemente con stoffa o cuoio.

Il sauroter
L’estremità opposta del dory era dotata di un elemento metallico il sauroter, in greco letteralmente “ammazza lucertole”, che aveva molte funzioni:
- Controbilanciava la punta migliorando la maneggevolezza dell’arma.
- Se la cupide si fosse spezzata si poteva capovolgere l’arma e usarla come punta di emergenza, in certi casi, come suggeriscono la presenza di fori quadrangolari su elmi o armature, per dare il colpo di grazia.
- Utile a conficcare la lancia al suolo quando non era utilizzata.
- Status: il materiale pregiato come il bronzo o la forma più o meno decorata indicavano il rango del possessore.
Alcune fonti, come Plutarco, ne sottolineano anche la pericolosità, la lancia quando veniva usata orizzontalmente nelle falangi poteva ferire o addirittura uccidere un compagno nelle retrovie, una sorta di fuoco amico.1

Il giavellotto
Come arma da lancio, come attestato da raffigurazioni vascolari come ad esempio l’olpe Chigi, venivano impiegati i giavellotti. Le lance di legno erano usate come armi da caccia, nelle discipline olimpioniche e nella guerra. Simili come forma e costruzione al Dory, mancanti però del sauroter, erano lanciati prima dello scontro campale a distanza e contro le falangi nemiche per scompaginarne i ranghi. Analogamente al dory, erano ricavati dai fusti degli alberi ma erano dotati di un’imbracatura in corda o pelle (ankýle), fissata saldamente all’asta, il cui scopo era migliorare la precisione e la gittata.

La corda, o striscia di cuoio, veniva fissata in una estremità e poi avvolta all’asta in legno, all’estremità opposta c’era un occhiello. A lancio avvenuto la spirale dell’ankile, svolgendosi, imprimeva anche un movimento rotatorio all’arma aumentandone notevolmente la gittata e la precisione.

Da studi sperimentali si è notato che il miglioramento si aggirava in media fino il 60 per cento.
I dettagli del Cratere, però , nascondono e raccontano altro: tecniche di costruzione e di uso di altre armi, protezioni e armature.
