Esistono dettagli che si perdono con il passare del tempo, ma che continuano a essere preservati nelle parole, nelle descrizioni degli archeologi o storici. Parole, frasi che diventano appunti o testi stampati. Capita che a descrizioni corrispondano a immagini e capita anche che riaffiorino in foto. Pittura e fotografia copiano la realtà , ma quest’ultima è più oggettiva, congela un istante, lo preserva, senza troppe manomissioni; l’intervento umano è, almeno agli albori della tecnica fotografica, meno intrusivo, limitato, ridotto al minimo.
Se a margine è riportata una data, un nome o riferimento storico, possiamo ricostruire e comprendere, archeologicamente, le caratteristiche di un’area in un preciso momento.
Due foto, un’ unica vista quasi a 360 gradi con tanto da raccontare, due scatti in sequenza, archivio Alinari, datate verosimilmente tra la fine dell’ottocento e inizi novecento.


Le persone
Inserite tre persone, non so esattamente chi siano, con il solo scopo di animare la scena, di necessaria unità di misura, perché loro malgrado erano lì o semplicemente per farsi fotografare per un documento così importante.



Non è raro trovare nelle foto d’epoca immagini di persone, spaccati di vita quotidiana.



Scalpi di arenaria
Rovistando con attenzione tra i rottami, dalla prima foto spicca un dettaglio: due blocchi di tufo particolarmente elaborati, perché appartenenti a un telamone.

stesso dettaglio si può trovare in altri scatti dell’epoca come ad esempio in uno di G. Gargiolli:

I blocchi non sono altro che la chioma e il “copricapo in stile frigio” di un telamone. Non era assolutamente difficile trovare tra ciò che restava delle macerie del tempio, parte dei 684 blocchi che costituivano i corpi dei telamoni esterni. Tanto che Raffaello Politi afferma:
Frattanto tali rispettabili rottami d’ogni genere si lasciano miseramente perire (…) Teste, bocche, torsi, braccia, coscie, gambe ecc. esposte alle ingiurie del volgo alto e basso ed alle insolenze dei viaggiatori inartisti, (…) schieggiono un pezzo or di un orecchio, or del naso, or d’una bocca, e quello ponendosi in tasca, lo portan seco in trionfo(…)
Lettera al Ciantro Panitteri
Tempo dopo Francesco Saverio Cavallari conferma:
Durante gli scavi sopraricordati si rinvennero varie sculture appartenenti a bassorilievi del frontone occidentale (1). Similmente si trovarono, oltre a quelli conosciuti anteriormente, altri frammenti dei giganti che decoravano il tempio nell’atteggiatura di cariatidi: taluni di questi hanno i capelli ricciuti da riferirsi a uomini, mentre altri hanno le chiome distese ai due lati come le donne.
Sulla topografia di talune città greche di Sicilia e dei loro monumenti, 1879
In altre fotografie, come quelle pubblicate da Pirro Marconi, si possono osservare ad una distanza ravvicinata non più due, ma tre blocchi spostati dietro la testa del telamone, all’interno di un recinto di filo spinato (di cui si intravedono i paletti). L’archeologo li descrive sinteticamente nel suo Olimpieion:
Frammenti di teste di Telamoni con capigliature lunghe (adulto) e corta (giovane).

Oggi i due dei tre blocchi sopravvissuti svettano nel puzzle ricostruttivo del nuovo telamone.

Blocchi in fila indiana
In quasi tutte le foto di fine ottocento e inizi del novecento non mancano scatti che inquadrino due file di blocchi di tufo a nord e a sud.


Nel 1825 Raffaello Politi, su disegno, numerazione e indicazioni di Cockerell, ricompose un gigante all’interno del tempio.
Ma la statua non era completa: mancavano alcuni elementi. Politi fu spinto dallo stesso desiderio che affliggeva Valerio Villareale, Francesco Saverio Cavallari, spingendolo verso una ricostruzione forzata. Raffaello non si accontentò di sistemare i 5/6 del totale, ma volle l’opera integra; per questo adattò alla ricostruzione parti sottratte ad altri telamoni.
Ritornando alle due file di blocchi, Koldewey afferma:
“Forse Politi, allo scopo di restituire una figura, dispose anche gli altri pezzi noti all’epoca in file a destra e a sinistra di essa nella cella, come si trovano ora – molto per facilitare lo studio; i frammenti presumibilmente trovati durante gli scavi di Serradifalco devono essere stati aggiunti.”
Tracce dell’esistenza dei blocchi si trovano ad esempio negli schizzi di rilievo di Leo von Klenze, si notino le quote degli ultimi due blocchi, misure impossibili da prendere nella ricostruzione del Politi.

Oggi i blocchi sono accumulati ai lati del telamone, alcuni a ovest della cella.

Il totem

In diverse foto compare una specie di totem fatto con blocchi di tufo vicino ai piedi del telamone. Da una stampa del 1835, a dieci anni dalla ricostruzione di Raffaello Politi, il totem è chiaramente visibile al centro della scena.


Basandosi sulle parole di Koldewey, si può supporre che probabilmente fu lo stesso Politi che volle mettere ordine alle rovine e musealizzare l’area con i resti avanzati sia dalla ricostruzione che con quelli trovati negli scavi precedenti o sparsi tra le macere. Per una migliore lettura del tempio, volle ricostruire ai piedi del telamone parte del capitello di una lesena con il suo caratteristico becco di civetta, creando il totem.
Oggi il totem, per incuria, è crollato.
Ma ci sono molte più cose di quanto si potrebbe pensare, come la tavirneddra e la foresteria, ma non voglio dilungarmi troppo.

