La carta e il tufo: i disegni di Lovanio e la ricostruzione del Tempio di Giove

Il Tempio di Giove Olimpico nella Valle dei Templi di Agrigento rappresenta uno dei più grandi misteri dell’architettura antica. Costruito nel V secolo a.C. per celebrare la vittoria di Himera contro i Cartaginesi, questo colosso dorico oggi è un campo di rovine.

Il suo aspetto originario, la sua ricostruzione ha animato, come una ossessione, studiosi, artisti e archeologi per secoli con una lunga combinazione di dati storici, intuizioni, creatività e tecnologie di volta in volta più avanzate.

La storia inizia nel 1825, quando l’archeologo siracusano Raffaello Politi, su indicazione di Cockerell, ricompose uno dei Telamoni, gigantesca statua alta 7,65 metri.

Nonostante il limitato intervento, fu un primo passo verso la comprensione dell’imponenza del tempio, descritto da Diodoro Siculo come un simbolo di potere.  Anche Robert Smirke, architetto britannico, durante il Grand Tour del 1805 volle dire la sua, proponendo colonne poggianti su fondazioni quadrate e sei porte d’accesso sul prospetto orientale.

Un ostacolo alla ricostruzione è la scarsità di blocchi originali. Già nel XVIII secolo, gran parte del tempio fu riutilizzato per costruire il molo di Porto Empedocle, mentre saccheggi successivi privarono il sito di elementi cruciali. Oggi un’anastilosi parziale è impraticabile: dei 38 Telamoni originari, solo tre sono stati ricomposti, e molti altri frammenti del tempio giacciono o sepolti o dispersi.

Alcuni disegni ricostruttivi del tempio, di cui attualmente non si conosce ne l’autore ne il periodo di produzione, sono custoditi nella “Katholieke Universiteit Leuven”, ossia “Università cattolica di Lovanio”. Le tavole ripropongono la ricostruzione del tempio avanzata da Krischen nel 1941.

Modello ricostruttivo dell’ipotesi di Krischen, Museo Archeologico Regionale di Agrigento

I Disegni.

Pianta del Tempio

Dettaglio dell’angolo sud orientale all’altezza dei telamoni

Interno tempio di Giove
Interno tempio di Giove

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