[καὶ] σύ, γύναι, τίνος ἔκγον[ος] ε ̣ὔ ̣χ ̣[ε]αι εἶ ̣ναι ̣
(tu, donna, da che stirpe ti vanti d’essere nata)
La prima domenica di ogni mese il Parco e il Museo sono “dracma free”. L’entrata è gratuita così Max e io ne approfittiamo per una passeggiata tra l’Oratorio di Falaride, l’Ekklesiasterion, il chiostro, la grande vasca ottocentesca e il museo con le sue urne cinerarie, le lapidi e i sarcofagi. Siamo qui per una passeggiata che stressi e rilassi.

Il tappeto musicale di “Charlie e Lola” accompagna, in silenzio, la nostra visita.
Due tappe: la sala P. Griffo per vedere i miei due atlanti che sorreggono un peso immane e una piccola sala con un vaso fittile, di “cocciu” avrebbe detto uno degli ex proprietari, il Ciantro Panitteri, che domina e riempie uno spazio altrimenti anonimo e spoglio.
Dopo molti tentativi, l’accordo: io osservo il reperto di cocciu, lui gioca sulla legnosa e lunghissima panca, il “ponte di coperta” di una trireme o disteso su un triclinio.
Alla sua età giocavo sui cuscini in similpelle disposti nelle varie sale, oggi scomparsi, come allora, oggi mi chiedo il perché di questo vuoto. Mi riposo alternando la panca della trireme con l’arrabbiato terzo disco lombare e osservo in una sala spoglia, una teca piena con un vaso svuotato dal suo contenuto che i greci utilizzavano per mescolare il vino: un Cratere.

Cratere? Treccani darà più info…
Il nome deriva dal greco “kerao” e significa letteralmente “mescolare” (…) ma non abbiamo nessuna determinazione precisa della forma, sì che non possiamo distinguere il cratere dagli altri vasi che sappiamo essere stati adoperati per i medesimi scopi (dino, pito, stamno, celebe).
Di alcuni vasi se ne conosce il nome ma non l’uso o la forma, di altri né forma né nome, per i restanti, le lekithos ad esempio , siamo certi grazie anche a iscrizioni o dediche incise sulla superficie, come ad esempio:
Ταταίɛ̄ς ɛ̄μὶ λ\̓ ɛ̄ϙυθος, ὅς δ́ ̕ ἄν με κλέφς\ɛ̄ι θυφλὸς ἔσται
“Di Tataie sono la lekythos. Chi mi rubi possa diventare cieco”1
Gli archeologi, per motivi pratici, hanno organizzato e schematizzato le varie tipologie, abbinando nome e forma, per il cratere ne hanno individuato quattro:




Quindi a volute.
Il contenitore, il contenuto e la divinità
(Dioniso) in dono al misero offre non meno che al beato, il gaudio del vino ove ogni dolore annegasi.
Euripide
Il vino, misterioso e sacro tanto da essere consacrato a un dio.
I greci sicuramente non conoscevano i processi chimico fisici e batteriologici che portavano alla trasformazione del succo d’uva in vino, ma sapevano come produrlo, conservarlo e modificarne il sapore. Soprattutto sapevano calibrarne e controllarne gli effetti. Il vino era principalmente consumato nei simposi.
Il simposio
Presso gli antichi Greci e Romani la seconda parte del banchetto era il simposio, il termine greco è “συμπόσιον” parola composta e tradotta “con” e “bevanda”.
Dal punto di vista sociale era un momento molto importante e in Grecia vi partecipavano solamente cittadini maschi di un certo ceto sociale.
I motivi per il festeggiamento erano diversi: per stringere accordi politici, per ricordare un defunto come riunione di commilitoni o un semplice momento di svago. L’intrattenimento? filosofi, suonatrici di flauto, etère o ragazzi, spettacoli o giochi di vario genere. Uno tra questi era il cosiddetto Kottabos, inventato in Sicilia.
“Il kottabos è il principale prodotto della Sicilia”
Poeta ateniese Crizia2
Nonostante l’importanza del simposio, tra gli espositori troviamo la scena rappresentata solo in due crateri:
Il primo proviene dalla vicina Gela con Dioniso disteso su un triclinio

Il secondo invece è girgentano, qui sono ritratti una suonatrice aulòs (uno strumento musicale simile a un flauto a singola o doppia canna) due commensali di cui uno prende la mira con il kilix per fare cadere con le ultime gocce di vino il disco posto in cima all’asta, l’altro ha mancato il bersaglio.

Nel 1828 il cratere fu oggetto di una pubblicazione di Raffaello Politi3

La stessa scena venne ripresa nel 1830 dall’archeologo e amico Eduard Gerhard4:

(trad:) Banchetto. Vaso ritrovato a Girgenti e pubblicato dal Sig. Politi.
All’inizio del simposio il lancio dei dadi eleggeva a simposiarca uno degli invitati, con il compito di dettare: regole, numero di crateri, grandezza delle coppe per bere (kilix ) e percentuale di diluizione del vino.
Per i greci bere vino non diluito (tranne per il brindisi iniziale a Dionisio), “sinceru” avrebbe detto l’oste “Mataffu”, era considerato barbaro, quindi l’annacquamento era necessario.
Per migliorarne o correggerne il sapore, poteva essere aggiunto del miele, delle spezie o delle erbe aromatiche.
Il cratere dominava la sala o comunque era in una posizione molto visibile e, come detto, oltre a misurare le quantità di vino, ostentava la ricchezza e i gusti del padrone di casa.


Continuiamo con la visita…
- Boffa Giovanni, La nascita e l’evoluzione della cultura epigrafica in Magna Grecia: documenti, temi, sfide e prospettive, in PALAEOHISPANICA, 2020 ↩︎
- Marconi, Clemente, Il gioco del kottabos nella Sicilia greca, Engramma, 2017 ↩︎
- Politi Raffaello, Illustrazione della pittura di un vaso greco-siculo rappresentante Nemesi (…),
Palermo, 1826 ↩︎ - Gerhard Eduard, Antiken bildwerken, Stoccarda, 1828 ↩︎
