La produzione della ceramica greca e il cratere di Gela

Il museo archeologico regionale di Agrigento intitolato a P. Griffo, è uno dei musei più importanti della Sicilia. Possiede una collezione molto ricca ed importante di ceramiche greche.Negli anni sessanta, su progetto dell’architetto Minissi, è stato realizzato il museo e il relativo allestimento, tuttavia è in corso un progetto di ammodernamento per renderlo più fruibile.

Lo stile

Attraverso un’opera minuziosa di catalogazione e analisi storica e stilistica, è stato possibile delineare nel tempo l’evoluzione della ceramica greca antica e attribuire con maggiore sicurezza le opere a gruppi o ai singoli ceramisti, come Exekias, Euphronios o Euthymides.

Non si può non citare l’opera di catalogazione  dell’archeologo Sir John Beazley, negli anni cinquanta riconobbe i tratti del Pittore dei Niobidi nelle raffigurazioni del cratere di Gela.

Nel corso dei secoli gli stili si sono evoluti, trasformati e affinati sia nelle tecniche che nei materiali impiegati. Il museo è infatti ricco di testimonianze greche e locali provenienti per lo più da necropoli. Quella che mi interessa e la sala III dove sono esposte delle ceramiche in gran parte provenienti dalla collezione Giudice, non tutte agrigentine, appartenenti allo stile a figure rosse e quello a figure nere:

  • Tra l’VII e VI secolo a.C, in Attica, comparve la ceramica detta a “figure nere”. Il ceramografo tracciava i contorni delle figure per poi coprirle con argilla liquida. I dettagli erano incisi sulla superficie con una punta metallica (stilo), in modo tale da far apparire il colore della terracotta sottostante.
Dettaglio della decorazione di Lekythos a figure nere (Museo archeologico di Agrigento)
  • Tra la fine del VI e per tutto il IV secolo apparve lo stile a “figure rosse”, si disegnavano direttamente le figure con tutti i dettagli interni e lo sfondo fu campito di nero.
Oplite raffigurato nel Cratere di Gela

Il passaggio tra i due stili non fu netto. Furono prodotte per un breve periodo di tempo le cosiddette ceramiche bilingue in cui coesistevano entrambe le tecniche. Un esempio è la kylix del pittore di Andokides custodita a Palermo.

La tecnica a figure rosse presentava notevoli vantaggi: le figure chiare emergevano dal  fondo nero.

Le setole del pennello sostituirono lo stilo consentendo un grande controllo del tratto. Linee morbidissime, sottilissime e con rese dei dettagli di straordinaria precisione.

Schiniere in bronzo nel museo di Agrigento

Un esempio significativo è la resa della lavorazione in rilievo degli schinieri o la decorazione dell’elsa di una macharia (spada).

Dettaglio degli schinieri di Achille
Dettaglio di schiniere e Machaira

Il periodo di produzione del cratere di Gela si fa risalire intorno al 470 / 425 a C.

La realizzazione del vaso coinvolgeva una o più figure, che in certi casi potevano coincidere, ed erano:

  • Il ceramista: esperto nella selezione dell’argilla, nella modellazione e nella  cottura. Le sue abilità erano cruciali per la creazione della forma base della ceramica.
  • Il ceramografo: si occupava della decorazione del vaso.

Il lavoro del ceramista

Il lavoro e le fasi di produzione per l’argilla erano lunghe e laboriose, la materia prima doveva essere estratta e lavorata con grande anticipo. Le fasi erano in sintesi:

  • Estrazione: La raccolta e la scelta dell’argilla era di cruciale importanza, la qualità e la sua composizione chimica influiva direttamente sulle proprietà fisiche e tecnologiche. La sua composizione determinava anche il colore finale: dal bianco crema, arancione o rosso.
  • Stagionatura: l’argilla era raccolta in vasca miscelata con acqua e lasciata all’aperto in modo da permettere la putrefazione delle parti organiche e la separazione delle macro particelle sul fondo della vasca.
  • Depurazione: Passaggio necessario per eliminazione di tutte le sostanze estranee al composto. Di solito si usavano delle vasche per spostare il contenuto da una vasca all’altra. Il processo poteva essere ripetuto più volte per ottenere un composto più puro.
  • Decantazione: era un processo simile alla depurazione da cui veniva prodotta la Barbotine. Era un argilla molto depurata e veniva usata sia come collante e, se venivano aggiunti altre sostanze come ossidi ferrosi, come vernice per la decorazione.
  • Foggiatura: una tra le tecniche più utilizzate per dare forma al vaso era l’uso del tornio.

La modellazione

A seconda dell’abilità del ceramista, alcuni vasi particolarmente elaborati e di grandi dimensioni (come ad esempio il cratere di Gela alto 78 cm) venivano suddivisi in diverse sezioni e poi essere ricomposti utilizzando la barbotine.

Un esempio di questo tipo di produzione sono le anfore da trasporto, prodotte in massa, con parti modellate separatamente e assemblate prima della cottura.

In alcune ceramiche le tracce di questo tipo  di lavorazione sono perfettamente visibili all’interno del vaso.

Seguiva la Lisciatura: dopo l’assemblaggio e la successiva parziale asciugatura la superficie veniva lisciata con ossi o con un panno bagnato per eliminare  le tracce o le imperfezioni della lavorazione.

Dettaglio dell’ansa e della voluta
Dettaglio dell’ansa
Il piede del cratere

Potremmo ipotizzare il Cratere composto da 11 parti:

La produzione della ceramica greca
Le parti di un cratere
  • Piede (1) o la base del vaso
  • Il corpo è diviso in due parti: la pancia (2) nella parte bassa e la spalla (3) nella parte alta. A seconda del suo profilo, queste due parti potevano essere modellate separatamente.
  • Il collo (5) e l’orlo (4) potevano essere realizzati come pezzi separati
  • volute (6)
  • Elementi di raccordo delle volute (7)
  • Anse (8) o maniglie
Elementi che costituiscono il cratere
Il cratere

Il lavoro del ceramografo

Le tecniche pittoriche variavano da ceramografo a ceramografo ma si iniziava nel riportare il disegno o a schizzare con del carbone la scena direttamente sul vaso.

Le sagome delle figure venivano dipinte, poi i dettagli interni venivano definiti con un pennello a punta molto sottile e infine le aree restanti venivano coperte con la vernice.

Cratere greco appena modellato e dipinto
Il cratere dopo l’intervento del ceramografo pronto per la cottura

In certi casi si procedeva con l’ingubbiatura. Il vaso veniva immerso o spalmato con il pennello con argilla molto liquida e fatto asciugare. Questo passaggio serviva a rendere la superficie del vaso liscia e satinata dopo la cottura o in certi casi a dare colore alle figure o aggiungere un fondo.

La cottura

Il processo di trasformazione da vaso di argilla a prodotto finito necessitava di un passaggio al forno con temperature che raggiungevano i mille gradi.

Il lungo processo di cottura seguiva una determinata sequenza temperatura / tempo, in cui si possono distinguere tre momenti: un lento e graduale innalzamento del calore, il suo mantenimento e un’ultima fase di lento raffreddamento.

Nella prima fase si innalzava gradualmente la temperatura in un ambiente ricco di ossigeno (ossidazione). All’aumento di temperatura l’acqua ancora contenuta nell’argilla evaporava e le eventuali tracce di materiale organico venivano carbonizzate e stabilizzate. Seguivano poi una serie di trasformazioni a livello chimico e raggiunti i 600° l’argilla iniziava a trasformarsi in terracotta; tra i 960° e i 1000° il processo era completo. Il vaso presentava la caratteristica colorazione rossa.

Il colore

Per la trasformazione della barbotine in vernice nera era necessaria una fase di riduzione (di ossigeno). Venivano chiusi i condotti di ventilazione e aggiunto al fuoco legna verde, foglie o sterco. Si formava nel forno un gas ricco di carbonio che anneriva totalmente qualsiasi superficie interna. La vernice si trasformava in uno strato duro e lucido. A livello chimico, lo strato di argilla ricca di ossido ferrico (rosso) in assenza di ossigeno si ricombinava trasformandosi in ossido ferroso (nero).

Lavorazione del Cratere di Gela

Finita la fase di riduzione si aprivano i condotti facendo entrare aria fresca (ossidazione). Nelle parti non verniciate la patina di carbonio in ambiente ossidante spariva facendo emergere il rosso della terracotta sottostante.

Lavorazione del Cratere di Gela

A questa seguiva una lenta fase di raffreddamento, fino ai 200°,  necessaria a stabilizzare la terracotta e a evitare sbalzi termici che avrebbero potuto creare fratture fino a compromettere la struttura del vaso stesso.

L’ultima fase ossidativa faceva lentamente virare il colore dal bruno/nero al rosso. A livello chimico l’ossido ferroso (nero) combinandosi con l’ossigeno si trasformava in ossido ferrico (rosso)e particelle di ferro.

L’esposizione della vernice in ambiente ossidativo faceva lentamente riacquisire alla vernice tonalità brune / rosse.

Il ceramista era a conoscenza di tutte queste variabili: qualità dell’argilla, tempi di cottura, spessori della vernice e del vaso, temperature, distribuzione del calore nel forno e il fallimento era purtroppo dietro l’angolo.

I crateri con difetti venivano rivenduti a un prezzo molto più basso e riutilizzati anche come urne cinerarie.

Cratere misfired nel museo
Cratere a calice con difetti di omogeneità del colore.

In assenza di termometri i ceramisti controllavano la temperatura del forno in tre modi:

  • con l’esperienza
  • con l’inserimento nel forno di cocci o piccoli vasi di scarto per controllare il grado di cottura
  • osservando il “colore” interno del forno o da un foro sul corpo o direttamente dai condotti di aereazione.

Il colore, che dipende anche dalla temperatura, dava una esatta indicazione.

I colori 

La ceramica greca non era, come le statue o i templi in “bianco e nero”. Il popolo greco amava i colori e anche piuttosto accesi. in certi periodi la pittura influenzò fortemente la ceramica e quest’ultima ne eredita, anche se con una gamma limitata, la cromia.

Ora, rifate il percorso, ripassate come ho fatto molte volte con Max, la biglietteria e riguardate le ceramiche e le terrecotte esposte nelle teche, per un ripasso o una riscoperta.

Un microcosmo policromo: un incarnato, una benda, il bianco, pinne di sarago, rosso cupo, un oplon, un blu nero, un himation, un ocra pallido, poi il bronzo, gli schinieri, un grigio, elmi, corone, armature. 

Il colore, la scelta dei materiali e le forme erano determinati dalla funzione a cui erano destinati. Per un uso quotidiano era necessario che le parti colorate fossero resistenti all’usura, mentre per altri vasi destinati ad un utilizzo più sporadico (come i bicchieri con filo d’oro della vetrinetta di mia nonna, ad esempio) le ceramiche potevano essere sovradipinte, il colore era applicato a freddo e generalmente erano meno resistenti.

Per scopi funerari le ceramiche venivano spesso sovradipinte, offrendo al ceramografo una gamma cromatica un po’ più ampia. L’apice si tocca nel periodo ellenistico con Centuripe e Canosa, i due centri hanno restituito opere di un certo pregio.

Nel 1872 Prosper Biardot documentó con l’acquerello la bellezza di alcune creazioni che aveva acquisito in Puglia, oggi datate  fine del IV e gli inizi del III.


Tavole tratte da “terre cuite funebres”

Ceramica di Centuripe (©Met Museum)

A centuripe ad esempio per la decorazione esterna fu utilizzata la tempera.

Per i greci la ceramica non era un’arte minore ma “arte” a tutti gli effetti, presente in ogni gesto quotidiano, in ogni momento della vita.

Guttus , biberon fittile, di periodo greco
Guttus o biberon di terracotta ritrovato in una tomba in contrada Cozzo Mosè

una compagna silente, che lo accompagnava dal breve regno di Zeus all’interminabile regno di Ade.

Ora la Sala XV: il cratere di Gela…

E. Prosper Biardot, Les terres-cuites grecques funebres, Edizione Firmin-Didot, Parigi nel 1872

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