Sterru e sacchi di tila

La Valle dei Templi di Agrigento rappresenta uno dei più importanti lasciti della civiltà greca antica. Durante la Seconda Guerra Mondiale affrontò gravi minacce a causa delle operazioni militari, in particolare durante lo sbarco alleato (Operazione Husky) nel luglio 1943.

La Valle rischiò danni sia dalle bombe alleate che dalle azioni difensive delle forze dell’Asse. La posizione strategica di Agrigento, la rese un obiettivo per la conquista della Sicilia occidentale. Gli Alleati miravano a conquistare la città per stabilire una testa di ponte per la presa di Palermo.

In vista di un eventuale sbarco alleato, il fronte compreso tra San Leone e Porto Empedocle fu pesantemente fortificato: bunker, trincee e nidi di mitragliatrici furono posizionati tra il costone su cui sorgono i templi e il mare. La valle fu trasformata in un campo di battaglia:

  • Porta V, a ridosso del tempio di Ercole, furono costruiti un bunker e una piattaforma per un obice / mitragliatrice pesante
  • Altra postazione (inspiegabilmente oggi interrata) sotto lo spiazzo di fronte alla tomba di Terone
  • Lunghe trincee tra il tempio della Concordia e quello di Giunone
  • Postazione di osservazione in cima alla collina, dopo la rotonda di Giunone e subito dopo una profonda trincea anticarro
  • Altro bunker, invisibile, sul tornante che porta al tempio di Giunone.

Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, la Soprintendenza alle Antichità italiana si attivò per proteggere il patrimonio culturale. Ad Agrigento ci fu l’impegno del Soprintendente Guido Ricci. La soluzione fu “u sterru e i sacchi di tila“: economici, efficaci, resistenti e veloci da mettere in opera. I sacchi assorbivano urti, proiettili e schegge. La “sabbia” fu prelevata dall’area del Tempio di Giove.

Il tempio di Giove durante la seconda guerra mondiale
Lo scavo all’interno della cella per il riempimento dei sacchi di juta

In guerra il tempo e le risorse scorrono veloci ed altrettanto veloci furono le decisioni di Guido Ricci: conservazione del Tempio della Concordia e per quanto possibile Giunone.

Tante le variabili: se una bomba, dal cielo, il tempio è Partenone, se scontro campale mitigazione degli effetti delle esplosioni, delle onde d’urto, delle schegge, dei proiettili. Sacchi ammassati sul crepidoma e tra le colonne. Fu rifatto ciò che venne distrutto nel 1789: chiusa la peristasi e manomessa la cella.

Operai nella fase di costruzione (foto gruppo fb AG in bianco e nero)

Per la messa in opera dei sacchi, per problemi statici, fu deciso di appoggiarli sulle colonne e, negli spazi intercolonnari  si inserirono delle travi in legno ora come collegamento, ora come rinforzo per lo strato esterno.

Dettaglio della posa in opera delle travi di legno
Dettaglio della posa in opera delle travi di legno

Massimizzare, con poco, la protezione per impatto e prevenire pericoli di crollo. Fu così che si rafforzò, per quanto possibile, anche la cella.

Interno del tempio della concordia
La cella del tempio durante la costruzione dei muri di protezione

Dettaglio dell’interno del tempio dalla sommità delle scale

Per il tempio di Giunone si optò per una copertura lignea opportunamente colorata e inclinata, in modo che fosse visibile sia dall’alto che da terra contro eventuali colpi di artiglieria.

Tempio di Giunone durante la seconda guerra mondiale
La piattaforma in legno a protezione del tempio

Per fortuna la “battaglia di Agrigento” con le sue operazioni belliche non interessó l’area, gli alleati avanzarono da nord, da Favara e le truppe del comandante Moore da sud, da Cannatello, per poi confluire nel quadrivio Spinasanta. A ovest, dalla marina, il suono dei colpi di artiglieria.

La guerra aveva lasciato non solo profonde ferite sulla popolazione ma altrettante sul suo patrimonio: gli affreschi della cattedrale furono danneggiati da una esplosione, cicatrici nelle strutture del convento di Santo Spirito e danni nel vecchio museo.

La città venne presa ma almeno la valle ne uscì indenne.

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