
Montallegro. Raggiungibile con una vettura postale da Girgenti in 7 ore e 40 minuti, e Sciacca in 7 ore. C’e anche una vettura postale per Cattolica- Eraclea.
Chiamato anche Angiò perché appartenuto ai Duchi Gioeni d’Angiò. Gli abitanti furono così molestati dai corsari quando vivevano sulla collina di Cicaldo, vicino al mare, che lasciarono lì le loro case e costruirono un nuovo paese sulla montagna vicina, anch’essa abbandonata per mancanza d’acqua, e chiamata la città dell’alabastro, perché è costituita da un bellissimo alabastro venato di rosso. Ha un laghetto rotondo circa mezzo miglio ricco di soda. Potrebbe essere chiamato il siciliano Les Baux.
Tratto da: Sicily, the new Winter resort, an enciclopedia of Sicily, by Douglas Slanden, NY 1907
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Il sentiero attraversa ora aperte discese fino a Montallegro, ma prima di raggiungere tale paese si supera un laghetto, circa 1/2 miglio di diametro, mezzo soffocato dai giunchi e brulicante di uccelli selvatici.
Il paese deserto di (47 m.) Montallegro (1437 ab.), sul pendio di una collina fino al L., è racchiuso da mura in rovina, è la cosa più pittoresca, ed forse unica, poiché costruita interamente in alabastro.
“Questo scheletro di città, senza tetti, senza finestre o porte, è occupato solo da aloe e fichi d’india, che crescono da ogni apertura. Alcuni gradini a zigzag tagliati nella roccia ne costituiscono l’unico accesso.”-Simond.
Fu costruito solo 2 secoli fa, e fortificato a protezione contro i corsari barbari, e venne abbandonato a causa della scarsità d’acqua; gli abitanti si trasferirono ai piedi del vecchio paese, che non è meno miserabile e di aspetto decaduto. Anche la chiesa è in rovina. Il luogo deve aver ricevuto per ironia il nome di “Monte Allegro”. La locanda è
“la più paurosa di tutta la Sicilia – come una cella di un condannato, ove i viaggiatori hanno registrato la loro più totale disperazione sui muri, come se fossero le pagine di un libro”.
T. G. C.
Gli abitanti sono miseramente poveri, privi del necessario per vivere, e soffrono molto di malaria; i campi sono trascurati e gran parte del terreno coltivabile è invaso da palme nane e cipolle selvatiche; anche se ci sono alcune piantagioni di cotone e alcune di ulivi, aranci e carrubi nei dintorni. Dalle bacche del lentisco i contadini ricavano un olio non raffinato. La montagna che si erge nell’entroterra è composta di alabastro bianco e grigio, utile per le decorazioni degli edifici.(…)
Per diverse miglia a est di Montallegro la costa è rocciosa e sterile. Il sentiero corre prima attraverso una valle racchiusa da isolate alture delimitate da scogliere, e poi gira bruscamente attraverso uno stretto passaggio che si apre verso il mare, dove si trovano gli edifici bianchi e la cupola verde di Siculiana con il suo antico castello baronale.
Tratto da: Handbook for travellers in Sicily., London, John Murray, 1864.
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Guardati chi fuss’ ïu lu Bati Meli (16)
Li donni schetti li farrà vutari (17)
Cu li me’ canti spezza cantuneri;
Li posti chiusi fazzu barracari (18);
Siti cchiù duciulidda di lu meli (19)
Ca cu’ vi tasta nun vi po’ scurdari (20),
Siddu cci arrivu a tràsiri stu pedi (21)
Lu tempu persu nni l’ammu a scuttari (22).
Montallegro
(16) Guardali equivale all’altra forma: Oh Diu! e all’ Ultinam de’ Latini. Bati Meli, l’Abate Giovanni Meli, il più grande poeta in dialetto siciliano, Teocritus alter et Anacreon, come dice l’iscrizione che se ne legge nei suoi monumenti in Palermo. Questo accenno prova che il canto è di questo secolo, o degli ultimi del passato.
(17) Donni schetti, ragazze, donne nubili. Il pensiero è questo: «Se io fossi il poeta Meli farei voltare in favor mio tutte le ragazze. >>
(18) Barracari, o sbarracari, o sbarrachiari, spalancare.
(19) Duciulidda, dim. di duci, dolce..
(20) Tastari, saggiare, gustare.
(21) Siddu, se; trasiri, entrare.
(22) Scuttari, qui ricompensare, rifare. I due ultimi versi dicono: «Se io riesco ad entrar nella tua casa, (ti prometto che) noi ci rifaremo del tempo perduto.
Tratto da: Centuria di canti popolari siciliani ora per la prima volta pubblicati da Giuseppe Pitré, 1791.
